Centro di Ascolto e Accoglienza “Mons. F. T. Bertozzi”

cda

 

Il Centro di Ascolto della Caritas diocesana è il luogo privilegiato (perché consegnato dalla tradizione e confermato dall’esperienza) in cui si intessono relazioni con poveri o con persone in situazioni di difficoltà, disagio o sofferenza, maestri del parlare e dell’agire di Caritas. 

É “segno” dell’attenzione e della sensibilità della comunità cristiana verso i poveri, ma anche orecchio e sentinella dei fenomeni di ingiustizia. Fornisce all’ Osservatorio delle Povertà e delle Risorse ogni utile informazione atta a definire la conoscenza qualitativa e quantitativa delle povertà presenti nel territorio, per stimolare una cultura di solidarietà e corresponsabilità della comunità cristiana e dell’intera società.

La Diocesi ha istituito nel 2016 la Fondazione Pro Solidarietate che dal 1 luglio 2017 ha preso il testimone dalla storica Associazione Farsi Prossimo  nella gestione dei servizi offerti dal  Centro di Ascolto Diocesano: i colloqui con le persone in stato di disagio sociale, la mensa, le docce, la distribuzione vestiti, la distribuzione viveri, la distribuzione mobili, l’accoglienza notturna di primo e secondo livello uomini e donne.

A seconda delle esigenze manifestate a colloquio, le persone vengono orientate ai vari servizi del Centro di Ascolto o della rete dei servizi del territorio con i quali Caritas collabora costantemente. Il Centro di Ascolto, inoltre, promuove e sostiene i centri di ascolto attivati dalle singole parrocchie, attraverso una stretta collaborazione con l’equipe per la promozione delle Caritas parrocchiali.


Centro di ascolto
Via D’Azzo Ubaldini, 5-7

E-mail: centrodiascolto@caritasfaenza.it 
Tel. 0546 680061
Cell. 328 3913977

RIFLESSIONE 19 - 25 AGOSTO 2019

Nei momenti di queste settimane ci lasciamo prendere per mano da colui che viene definito “il cardinale della speranza”: il Cardinale François Xavier Nguyên Van Thuân. Nel 1975, è stato nominato Arcivescovo titolare di Vadesi e Coadiutore di Saigon. È stato arrestato e messo in carcere dopo pochi mesi, sotto il regime comunista. Ha vissuto in prigione per tredici anni, senza giudizio né sentenza.

“Un giorno dovevo tagliare della legna e chiesi ad uno di loro [poliziotti guardiani] se mi poteva fare il favore di lasciarmi tagliare un pezzo di legno a forma di croce. «È vietato!», rispose. Poi aggiunse: «È vietato, non si può avere nessun segno religioso in prigione, ma lei è mio amico», e mi lasciò fare. «È impossibile», disse ancora, «andrò in prigione per questo», ma chiuse gli occhi e mi lasciò fare. «Sono tuo amico» mi disse; non poté più resistere. Ed andò via. 
Così mi lasciò il tempo per tagliare un pezzo di legno in forma di croce, che io nascosi nel sapone per tanti anni, fino alla mia liberazione, per evitare che i capi lo scoprissero durante i controlli. Poi lo incastonai nel metallo e ne feci la mia croce pettorale. Questa croce che oggi porto è fatta con il legno preso dalla prigione ed è stata costruita con la complicità dei poliziotti comunisti. 
In un’altra prigione un giorno domandai ad un poliziotto se mi poteva dare un filo elettrico. «Che cosa vuole fare con il filo elettrico?» mi chiese, «vuole suicidarsi?»; «No», risposi. «E allora a cosa le serve il filo elettrico?»; «vorrei fare una catena per portare la mia croce». «Ma come si può fare una catena con il filo elettrico?». In effetti i vescovi hanno almeno delle catene d’argento, ma un filo elettrico... Risposi che lo potevo fare. «Prestami due piccole tenaglie e ti mostrerò». «È contro la sicurezza» mi disse», «non posso». Ma pochi giorni dopo tornò per dirmi: «Lei è un buon amico, non posso rifiutare, domani è il mio turno di guardia ed io verrò con il filo elettrico. Ma in quattro ore bisogna finire il lavoro, dalle sette alle undici, altrimenti, se qualcuno ci vede, può denunciarci». Allora mi aiutò. Con pezzi di fiammiferi misurammo il filo elettrico per tagliarlo, e con le piccole tenaglie facemmo in quattro ore la catena per portare la croce. Anche questo con la complicità di poliziotti comunisti diventati amici di un vescovo”.

Alla fine di una partita a scacchi, il Re e il pedone vanno nella stessa scatola.

Gallery Collegate

RIFLESSIONE 29 LUGLIO – 4 AGOSTO 2019

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