Quando accoglienza diventa integrazione

 

La storia di “Protetto, rifugiato a casa mia”

 

La storia lo insegna: ogni epoca ha le proprie sfide da affrontare.

Una in particolare, che stiamo affrontando e dovremo affrontare negli anni a venire, ha visto coinvolta la Caritas diocesana di Famiglia – Modigliana che ha aderito al progetto “Protetto – Rifugiato a casa mia” promosso da Caritas Italiana, concretizzando l’ invito del Santo Padre ad aprire le porte delle nostre case e delle nostre parrocchie a tutte quelle persone che, uscite da un progetto di accoglienza per richiedenti asilo, cercavano una comunità nella quale inserirsi.

L’ ostacolo da superare era appunto quello di non limitarsi ad accogliere uomini donne e bambini che arrivano in Italia in cerca di protezione (impegno che la Caritas porta avanti da svariati anni), ma creare attorno a loro, ed assieme a loro, una rete inclusiva fatta di persone, incontri, rapporti, che rendesse l’ integrazione una processo fluido e di reciproco beneficio.

Tutto questo è stato possibile grazie a quattro famiglie ed una comunità parrocchiale, che hanno scelto, nella più totale gratuità, di mettersi in gioco, accettare la sfida, aderire al progetto ed accogliere in casa propria (o nella propria canonica) chi in Italia è arrivato per ricostruirsi un futuro.

Ascoltando le motivazioni che hanno spinto le famiglie ad intraprendere questa decisione si può comprendere che, per quanto limitato nei numeri, il progetto porti avanti idee innovative e pionieristiche rispetto all’ idea di costruire una società attiva, pronta a rispondere ai bisogni della società stessa in maniera deistituzionalizzata, creando un vero e proprio welfare di comunità attraverso alleanze territoriali. “Non volevamo rimanere spettatori passivi delle immagini quotidiane che i telegiornali ci mostrano: gli sbarchi, i gommoni, i soccorsi in mare. Mi sono sentita in dovere di mettermi a servizio” ci racconta una madre di famiglia che ha deciso di condividere le strada con un ragazzo nigeriano scappato da una conversione religiosa imposta dal proprio padre, capotribù del proprio villaggio.

“Ne ho parlato con mia moglie, offrire aiuto mi sembravo doveroso, ed anche un’ opportunità per i miei due figli, educarli ad una sana convivenza con persone che spesso vengono etichettate con termini quale ‘straniero’, fargli capire che il nostro domani si intreccerà con nazionalità, culture e tradizioni di cui non avere paura” espone con chiarezza un giovane sposo.

“Ci siamo conosciuti presso un’ organizzazione di volontariato dove anche lui prestava servizio. Non avendo familiari o conoscenti era senza quella rete di relazioni che spesso, fortunatamente, noi abbiamo. Lo abbiamo aiutato, offrendogli una stanza di casa nostra, ma soprattutto condividendo insieme la quotidianità” testimonia la coppia di faentini che ha accolto un signore pakistano che ha lasciato il suo martoriato paese non più giovanissimo.

Ognuna di queste esperienze, oltre a quelle non citate, ci raccontano di storie di persone che hanno, quasi per casualità, incrociato le loro vite.

Facendosi gli uni stampella dell’ altro, ci sono stati momenti in cui la convivenza non è stata facile, i trascorsi di un migrante non sono semplici, così come può non essere semplice ridimensionare le aspettative delle famiglie che non di rado si sono scontrate con difficoltà quali la barriera linguistica, le differenti abitudini alimentari, le criticità dell’ inserimento lavorativo per uno straniero.

Ha comunque sempre prevalso l’ ascolto e lo sforzo di reciproca comprensione, dove, al di là della retorica, è stato portato a termine un vero esercizio di accoglienza integrata.

Giunti al termine del progetto rimane la forte convinzione che la direzione da seguire sia proprio in questi modelli di convivenza che perseguono l’ obbiettivo dell’ ottenimento dell’ indipendenza  e dell’ autonomia dell’ accolto tramite un costante impegno della società civile nell’ includerli nella propria rete.

Le esperienze della Caritas diocesana hanno avuto tempistiche diverse. Alcune sono durate un paio di mesi, altre sei, come previsto inizialmente, altre ancora sono proseguite in maniera informale.

E’ proprio con quest’ ultima certezza che si formula l’ auspicio che il progetto diventi processo, decidendo di affrontare le sfide del nostro tempo pensando al mondo a partire dall’ inatteso, da ciò che non abbiamo programmato.

Consapevoli che la strada intrapresa è quella in salita. Consapevoli che la strada in salita guida alla vista più affascinante.   

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